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L'artigiano

 

Tanto per ripetermi (perché ripetere giova) torno a dire che il PDL ha perso di fatto le elezioni, che la Lega non ha raccolto quanto avrebbe dovuto e potuto, che le elezioni stesse sono state un sostanziale pareggio (men che mai un’apocalisse democratica, come Veltroni – per dire sempre lo stesso – vorrebbe e gradirebbe, forse), che il PD è ancora cattivo amalgama e raccoglie, purtroppo, quel che semina (e che Bersani ora ha finalmente modo di lavorare con calma ed efficacia attorno al suo progetto).

Chi ha davvero vinto è l’astensione, e dunque la sfiducia e l’antipolitica. La scena oggi risplende della crisi della politica, la fa tralucere più di quanto già non fosse. ‘Crisi della politica’ significa: istituzioni allo stremo, classe dirigente di scarsissima qualità, potere di rappresentanza uguale a zero, sistema politico inefficiente, svuotamento ideale e culturale del Paese. Ecco la vera Apocalissi, caro Uòlter. Ma tu queste cose nemmeno le vedi, convinto come sei che il modello loftist sia quello giusto, che Berlusconi dal punto di vista della comunicazione ha capito tutto, che si tratta solo di raccogliere più voto utile possibile da parte di un comitato elettorale all’americana attorno a un leader che “buca” lo schermo, e che il “bipolarismo” è semplicemente tracciare una linea tra noi e loro, la più netta possibile, al limite dell’astrattezza geometrica, per poi sciommiottarli, perché no, ché tanto sono più bravi di noi.

Ilvo Diamanti, ieri su Repubblica, racconta l’ “insuccesso del Pdl” con dovizia di particolari. Parla di una maggioranza che si divora, che è carnefice di se stessa. Altro che magnifiche sorti e progressive, altro che plebiscitarismo. Zingaretti spiega bene su Avvenire, difatti, che la richiesta di semipresidenzialismo a parità di legge elettorale porcellum, viene da una destra che punta “a una riforma costituzionale che sopperisca al problema di consenso elettorale”, proprio perché non è in corso alcuna loro “fase espansiva”.

La politica è sinonimo di riforme. C’è poco da fare. L’apparente stabilità del terreno è sinonimo di sabbie mobili. Io dico: una riforma che riporti la scelta agli elettori senza cadere nei plebisciti, che produca un bipolarismo che non sia la macchietta di questi anni, che semplifichi la geografia politica senza togliere un sacrosanto diritto di tribuna, che renda più efficienti e rapide le istituzioni rappresentative, che distribuisca in modo equilibrato pesi e contrappesi (ad esempio: se si sceglie di eleggere direttamente il presidente della Repubblica, il Parlamento non può essere figlio del porcellum, e dunque obbediente ai partiti, ma riflettere da presso le opinioni degli elettori).

Si può fare tutto, dunque, ma la condizione essenziale è l’equilibrio. La riforma non è: “qualcuno deve comandare”, ma è: “sistema efficiente ed equilibrato, rispettoso assieme della volontà degli elettori, del diritto di decidere e dei preziosi meccanismi istituzionali delle democrazie occidentali”. È ovvio che Berlusconi questo nemmeno lo considera. Ma qui deve attivarsi l’iniziativa politica. Sugli stop and go del premier. La politica non disegna scenari astratti in laboratorio, per affermare poi ‘o così o pomì’, ma lavora in mezzo alle cose come un bravo artigiano sempre animato, tuttavia, dalle idee di uno geniale scienziato.

Pubblicato il 19/4/2010 alle 13.25 nella rubrica Politica.

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